PER UN MOVIMENTO POLITICO DI ISPIRAZIONE CRISTIANA

PER UN MOVIMENTO POLITICO DI ISPIRAZIONE CRISTIANA

Alcune considerazioni di metodo e di contenuti

di Mons. Gastone Simoni

 

 

Invitato all’assemblea triveneta promossa dall’On. Domenico Menorello e dedicata all’ “urgenza di un nuovo impegno pubblico”, svolsi in quell’incontro, tenuto a Padova sabato 11 marzo 2017, una relazione sul senso e sui contenuti dell’ispirazione cristiana della politica. In queste pagine richiamo soltanto alcune delle riflessioni di allora e consegno per intero la parte finale della relazione nella quale formulavo, e torno a formulare, una serie di auspici per il movimento politico che i promotori dell’iniziativa intendono avviare e presentare sulla scena politica italiana.

Si tratta di auspici che esprimo non solo per essi, ma per quanti pensano oggi a qualcosa di analogo che riproponga una più marcata presenza dei cattolici nel nostro panorama politico. Anzi, questa precisazione mi spinge ad auspicare il massimo della convergenza – “libera”, certo, e responsabile – di tutti coloro che, in mezzo alla vasta e profonda crisi della democrazia italiana ed europea, son convinti che è un grave peccato di omissione non cercare di dar vita a “qualcosa di nuovo”, qualcosa di autentica ispirazione cristiana (anche se più o meno declamata). Anch’io ho questa convinzione.

Non mancano vicende e testimonianze personali di tutto rispetto e di valore non solo testimoniale all’interno dei vari schieramenti consiliari e parlamentari; ma non sono sufficienti. Né – a parte le buone intenzioni personali e gli sforzi per essere “significativi” – voglio negare le cose positive e meritorie compiute dai cattolici impegnati in politica nel tempo della loro diaspora in vari partiti, un tempo considerato di forte “insignificanza” politica, quello, così lungo, tra gli anni ’90 e i nostri giorni. Ma è vero che in questi medesimi anni l’ispirazione cristiana della politica è stata come declassata, è stata privatizzata. Ai nostri giorni, invece – così pare anche a me – si sta aprendo una nuova stagione, anche per la delusione ultradecennale causata dalla politica italiana ed europea. Sembra che rifarsi, oggi, all’ispirazione cristiana e all’ideale della sua “libera” e nuova presenza pubblica, sia cosa credibile e possibile. Ma questo implica, di per sé, che la “cosa nuova” da avviare e incrementare deve realizzarsi appunto non tanto, e non soltanto, a livello individuale, ma a livello di soggettività sociale, di compagine politica, a livello pubblico, e in maniera il più possibile significativa e influente. Ma a tale scopo è necessaria la riproposizione di una visione e di una azione politica che sia realmente ispirata all’umanesimo integrale di matrice cristiana, coniugata, certo, con l’idea sempre vitale della democrazia rappresentativa, partecipativa, solidaristico-popolare e d’apertura internazionale, indissolubile però da una vera capacità amministrativa di governo e della società. Da aggiungere, al tempo stesso, che questa visione ed azione politica dovrà essere servita da comportamenti di assoluta moralità.

Mi permetto di aggiungere di più: i buoni cattolici che vogliono impegnarsi in questa direzione (e quelli che conosco son buoni davvero) ci pensano o no che l’ispirazione cristiana, così come risulta dalle encicliche sociali, e ovviamente anzitutto dal Vangelo, è di una “novità” talmente grande e talmente “scandalosa” per questo mondo, da scoraggiare o in ogni modo da provare assai chi intende tradurla sul serio in programmi e in atti concreti?

Come Vescovo guardo con interesse – in piena coerenza col mio ruolo pastorale e non specificamente politico – ai tentativi e movimenti in corso per arrivare a qualcosa che sia il “più nuovo” possibile. Ma se si trattasse invece di un’operazione prevalentemente nostalgica o moralmente e socialmente mediocre, non varrebbe la pena tentare. Anche per questo ribadisco che non vedo approdi plausibili se non è in atto un moto di fervore e di convergenza. La posta in gioco è seria: si tratta, appunto, di rendere credibile e positivamente influente oggi – dico: sul piano qualitativo – una rinnovata esperienza politica della laicità cristiana.

 

  1. Il senso dell’ispirazione cristiana

Avviando una riflessione più puntuale sul tema mi domando: quali le motivazioni di fondo dell’impegno per il bene comune locale e globale? Certo – dirò anzitutto – il motivo di fondo dei “cavalieri che vogliono fare l’impresa” sta nella passione morale per una società giusta, fraterna, libera, e anzi il più possibile liberante oltre che libera: una società pienamente “a misura d’uomo”, come diceva Lazzati, fortemente impegnata a togliere le numerose disumanità del mondo. Tutto vero. La risposta che come cristiani diamo alla domanda fa propria questa sacrosanta passione morale, che è possibile e doverosa per tutti, credenti o meno, ma elevandola però e inglobandola nella sapienza sull’uomo, nell’amore per l’uomo e nell’autentico servizio all’uomo che vengono dal Vangelo. Questo non è integrismo, bensì coerenza. E proprio in questo consiste quella che noi chiamiamo ispirazione cristiana della politica.

Chiariamo meglio: si tratta dell’ispirazione cristiana non tanto di questa o di quell’altra attività sociale benefica su un piano o su un altro della società, bensì – bisogna precisare – dell’ispirazione cristiana di quella particolare e specifica attività finalizzata non già solo a “influire” positivamente nella società e nella ricerca del bene comune ma piuttosto a “dirigere” la società, a “guidare” la costruzione e lo sviluppo del bene comune locale o più generale. Cioè, quella di cui parliamo è l’ispirazione cristiana dell’attività propriamente “direttiva” della convivenza sociale attraverso l’esercizio del legittimo “potere” (il potere istituzionale, cioè quello del “governo” e del “parlamento”, e anche quello del “voto” e delle varie forme di partecipazione). Si tratta, appunto, del “potere” specificamente proprio dell’“autorità” politica legittimamente ricevuta ed esercitata.

Cercando di specificare ancora di più, dicesi ispirazione cristiana della politica la luce intellettuale e lo spirito d’amore che in mezzo alle vicende e alla situazioni storiche deriva dall’incontro – nella mente e nell’azione dei politici – tra Vangelo e ragione umana, tra Vangelo e cultura politica, tra Vangelo e passione/impegno per il bene comune.

Da tale incontro nascono sia le opzioni e le idee fondamentali che stanno all’orizzonte dell’azione (corrispondenti al “perché” radicale dell’impegno politico), sia la cultura progettuale-programmatica della politica (ossia la “traduzione” dell’ideale sociale di fondo in progetti-programmi concreti da attuare in un determinato contesto sociale), sia infine le scelte operative concernenti da una parte gli strumenti tramite i quali si opera (si fa politica) – quali partiti, metodi elettorali, modelli amministrativi, atti governativi e legislativi – e concernenti, dall’altra, al tempo stesso, il modo di usare ed esercitare il potere politico in maniera morale e insieme efficace (e cioè tale da vincere, con mezzi e atteggiamenti giusti, le ingiuste resistenze dei “prepotenti” poteri forti, quelli finanziari o massmediali o volgarmente populisti, ad esempio).

A questo punto, la riflessione dovrebbe continuare, tali e tanti sono i problemi. Ma basti così ora. Basti riassumere questo tema dicendo che l’ispirazione cristiana della politica si estende, perciò, dal regno delle opzioni morali fondamentali e delle fondamentali idee-guida al regno delle idee programmatiche fino al regno dell’esercizio del potere e dell’uso dei mezzi: tre regni, ossia tre piani di pensiero e di azione, collegati strettamente tra loro. Non si dà ispirazione cristiana delle sole opzioni e idee di fondo, né dei soli programmi etico-politici, né dei soli modi d’esercizio del potere. L’ispirazione cristiana della politica tende di per sé ad essere integrale.

 

  1. L’orizzonte ideale della politica

E’ nella prospettiva del progetto storico ideale che si muove l’azione. Non mi soffermo a parlare delle motivazioni soggettive, proprie cioè di una persona che intende intraprendere e vivere, cristianamente, l’attività politica ai vari livelli sociali. Lascio da parte la possibile casistica al riguardo, che pure ha la sua importanza. Inevitabile però qualche considerazione sulle idee progettuali di fondo, quelle che stanno appunto – che devono stare – nell’orizzonte dell’azione politica e delle vicende storiche in cui essa si svolge.

Quali sono tali idee-ideali di fondo? Direi, intanto, che si tratta non di idee generiche e vaghe, bensì di idee-ideali che esprimono e rappresentano il fine “ultimo” della politica nella storia, il suo orizzonte luminoso. Discorso lungo, questo: un discorso che potrebbe essere banalizzato, e invece non lo è, di per sé. Non è banale pensare alle grandi idee-guida della giustizia, della fraternità, della libertà, della pace (la pace perpetua!), della convivenza umana il più possibile buona e serena, della città ideale, della liberazione dei poveri e altro ancora: le idee-guida che ogni persona umana capisce, e a cui aspira. Ma nella coniugazione (per noi inevitabile) della ragione e della rivelazione biblica-cristiana queste idee-guida dello spirito umano sono assunte e dichiarate vere – e indicate come un dovere insopprimibile e insieme possibile – nel messianismo dei profeti di Israele, del Vangelo, delle Lettere di Paolo, dell’Apocalisse. Parlo appunto del messianismo biblico-cristiano, quello (diciamo pure) ortodosso, non illusorio. E’ il messianismo, ad esempio, di Isaia, di cui parlava La Pira, il messianismo del cantico di Maria (il rovesciamento dei superbi e l’esaltazione degli umili), il messianismo del “Padre nostro” e della ideale fraternità tra persone e tra popoli, quello insomma che ci ha insegnato, comandato e reso concretizzabile Gesù Messia e Signore. Mero sogno? No. Utopia e cioè idea che non può avere luogo sulla terra? No. Ma piuttosto profezia cristiana, ideale di un’umanità “come Dio vuole”, e la cui realizzazione sarà pur sempre al di sotto della sua perfezione ma che resta una meta e un compito del nostro cammino. Ad esso certamente si oppongono le Potenze negative in atto nella storia e il nostro peccato, ma il compito resta vero, e deve e può essere sempre ripreso, e può arrivare a traguardi limitati ma pur sempre di valore. Una approfondita riflessione di teologia e filosofia della storia ci potrebbe aiutare ad orientarci sul senso di questi sentieri dell’umanità nel tempo. Vi auguro di poterlo fare.

Un’affermazione ci sovviene comunque: questo ideale storico-messianico si ritrova – nella sua elaborazione e traduzione dottrinale – nel pensiero e nel magistero sociale cristiano lungo la storia. Si tratta di quel complesso sapienziale che è la dottrina sociale della Chiesa. Chi la conosce e la coltiva soprattutto in quei documenti specifici che sono le encicliche sociali dei tempi moderni non ha difficoltà a considerarla una stella polare, riflesso del Vangelo in mezzo alle idee e alle vicende della società. Di fatto, l’ispirazione cristiana delle idee-ideali di fondo dell’azione politica si identifica con la sintesi viva dei contenuti propri della dottrina sociale della Chiesa, considerata nella sua interezza, in particolare nei suoi principi e valori basilari, nei suoi criteri di giudizio e conseguentemente nelle valutazioni che essa dà delle dottrine, delle ideologie e degli eventi sociali e politici. Senza dire che gli stessi indirizzi più vicini all’azione che si trovano nei suoi documenti, e che non hanno un carattere particolarmente dottrinale, hanno anch’essi una grande importanza allorché si tratta di verificare la coerenza dei programmi e delle azioni sociali e politiche.

Il grande valore della dottrina sociale della Chiesa non impedisce ovviamente ai cristiani che si occupano di politica di tenere gli occhi aperti sul movimento delle idee, della cultura sociale e dei dibattiti politici del tempo. L’integralità dei cristiani non può mai diventare chiusura integrista e gretta. Essi devono studiare, devono leggere, devono ascoltare, devono confrontarsi con tutti. Nel vivo dell’azione e delle opinioni ogni voce sapiente, così come ogni esempio morale contribuiscono a istruirci e a orientarci. Si impara da tutti e si dialoga con tutti. Gli stessi contenuti della dottrina sociale cristiana non possono essere meramente e scolasticamente ripetuti, ma dovranno essere sostenuti e presentati con ragionamenti razionali comprensibili a tutti anche se non da tutti condivisi.

Mi chiedo a questo punto se c’è una parola che possa indicare il nostro orizzonte ideale in maniera sintetica. Sì, la trovo in una espressione di Paolo VI e della sua Populorum progressio (1967), al n. 42. Questa: “E’ un umanesimo plenario che occorre promuovere. Che vuol dire ciò, se non lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini?…”  Se ci pensate bene, queste limitate parole contengono una sintesi messianica-dottrinale profonda come il senso cristiano dell’uomo e amplissima come l’umanità nella storia. E’ un “verbo abbreviato” che al tempo stesso ha la capacità di integrazioni e novità contenutistiche, come quelle, già avvenute, della Laudato si’ di Papa Francesco, e come, prima ancora, della Centesimus annus di Giovanni Paolo II e della Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Vogliamo prendere coscienza dell’insieme di contenuti della dottrina sociale della Chiesa (un insieme, anzi, che dovremmo tener presente di continuo)? Ebbene, a tal fine apriamo un libro che quanti si interessano, da cristiani, di cose politiche, dovrebbero avere a portata di mano. Mi riferisco al Compendio della dottrina sociale della Chiesa, pubblicato nel 2005 a cura del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, e diffuso dalla Libreria Editrice Vaticana. Naturalmente, esso dovrà essere aggiornato con i documenti sociali successivi a quella data, ma resta tuttavia un testo di valore intellettuale e insieme pratico non ignorabile. E’ vero, in tema di dottrina sociale cattolica non mancano saggi, studi e pubblicazioni varie. Mi permetto di suggerirne uno, il volume del Vescovo mons. Mario Toso, Per una nuova democrazia, anch’esso della Libreria Editrice Vaticana: opera valida sia per le pagine scritte dall’autore, un esperto in materia, sia per la preziosa antologia aggiornata dei testi del magistero sociale dei Papi.

Continuiamo ancora con le nostre riflessioni.

 

  1. Dal progetto storico-ideale ai programmi storico-politici

Pensare in grande non è un lusso quando si decide di occuparsi di politica, e per questo è d’importanza basilare avere in testa – nell’orizzonte dei pensieri, dei programmi e dei vari problemi intellettuali e concretissimi – le linee fondamentali del progetto storico ideale di ispirazione cristiana. Se qualcuno, in proposito, vi dice, magari con un certo disprezzo o una certa compassione, “idealisti” o “gente fuori tempo”, lasciate correre. Senza idee-guida, senza ideali sociali, fondati sulla concezione integrale dell’uomo e dell’umanità in cammino nella storia, la politica non respira. Certo, non basta questo respiro per fare politica, ma senza di esso è come se manca la bussola durante una lunga e difficile e spesso tempestosa navigazione. Bisogna reagire allo scetticismo diffuso nel tempo della crisi delle ideologie, diventata crisi del pensiero, crisi del senso dei fini veri e grandi dell’azione politica. Crisi del pensiero che comporta purtroppo assoggettamento agli idoli ideologici del momento.

Non bastano, però, le idee-guida. E’ necessaria la loro traduzione in progetti-programmi che siano coerenti sia con esse – le idee-guida – sia con le situazioni e i problemi del momento storico e della stessa geografia culturale e sociale in cui si opera.

Il progetto di fondo non guida l’azione politica all’incarnazione dei valori fondamentali nella realtà sociale se non è “mediato” da un programma che lo “traduca” in idee (appunto) programmatiche, in obiettivi programmatici realizzabili in quel determinato contesto storico, culturale, economico, sociale concreto. Dire oggi in Italia o in Europa – ripetiamo ancora una formula assai felice – “sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini” (Paolo VI) è cosa fondamentale, ma è necessario che tale ideale storico “si incarni” anzitutto in una serie coordinata di tesi, proposte e formule “spendibili” che lo esprimano fedelmente e che a tempo stesso lo rendano effettivamente “incarnabile” nella concretezza sociale italiana ed europea. Insomma il progetto storico ideale fondamentale dev’essere servito da una piattaforma programmatica valoriale e insieme realistica traducibile in atti, in fatti, in realizzazioni istituzionali, legislative e amministrative tramite, appunto, l’attività specificamente politica.

Progetto storico ideale e programma che lo traduce in idee pratico-praticabili costituiscono due piani del medesimo pensiero politico, nel nostro caso del medesimo pensiero politico di ispirazione cristiana: pensiero politico razionalmente elaborato e presentato, e quindi laico, però ispirato al tempo stesso dalla visione cristiana dell’uomo e della convivenza umana nella storia.

La distinzione fra i due piani non è una separazione, e d’altra parte essa non è tracciabile in maniera geometricamente precisa; eppure è una distinzione reale. Un esempio può farci capire meglio quanto affermiamo, un esempio tratto dalla storia del movimento dei cattolici nella società e nella politica nazionale: mi riferisco alla vicenda del noto Codice di Camaldoli, elaborato tra il 1943 e il 1945 da alcuni intellettuali cattolici (legati agli universitari e ai laureati di Azione Cattolica). Un testo, come si sa, di valore culturale assai rilevante e di grande importanza per la partecipazione di cattolici sia alla Resistenza che all’attività politica istituzionale nel momento dell’Assemblea Costituente, la quale fu così decisiva per la democrazia italiana dopo il Fascismo e la seconda guerra mondiale. Il progetto politico ideale fu quello contenuto nelle encicliche sociali da Leone XIII fino a Pio XII. Il Codice rappresentò, allora, la traduzione “applicativa” di quel progetto nella situazione italiana del tempo e contò assai per le “idee ricostruttive” che furono alla base del programma politico di De Gasperi e della Democrazia Cristiana.

Del Codice di Camaldoli si è di nuovo parlato in Italia nella seconda metà del ‘900 e in anni più recenti. Anzi questo titolo ha dato il nome a qualche gruppo dei nostri giorni, il che significa due cose: per un verso l’importanza di quel testo e per l’altro l’assenza di un programma analogo per l’oggi o comunque la difficoltà a concepirlo e a redigerlo nonostante alcuni tentativi in merito. Forse ci sarà – credo di sì – qualche testo ancora sconosciuto ai più sia in Italia sia (ma è più difficile saperlo) in altre nazioni d’Europa. So, ad esempio, di uno studio, credo ancora inedito, del prof. Fabrizio Fabbrini, di Arezzo: Si chiama: “I punti fermi della nostra carta di identità” (professorfabbrini@gmail.com). Ed ho avuto in visione il libro Una buona stagione per l’Italia, a cura di Francesco Gagliardi e Nicola Graziani edito da Castelvecchi, 2015. E’ certo comunque che non mancano intellettuali, esperti di politica ed economia, filosofi e sociologi che hanno all’attivo studi, conferenze, articoli, libri, saggi sulla vasta materia politico-sociale. Ma resta aperto, mi pare, il problema. Qualcuno mette in dubbio che oggi, nell’attuale stato della società e della cultura italiana ed europea e nell’ambito della crisi ideologica in corso, ci siano le premesse necessarie – culturali, sociali e spirituali – per l’impresa da compiere. Ma credo che uno degli ostacoli possa essere addirittura non tanto la scarsità quanto l’abbondanza dei tentativi al riguardo accompagnata dalla mancanza di una “reciproca conoscenza” e di un “concerto” tra i cattolici e da qualche divisione di troppo tra movimenti, associazioni e sensibilità sul campo. Se manca l’indispensabile tessuto unitario, quello doveroso per dei cristiani responsabili, anche l’opera intellettuale rischia di vanificare le aspirazioni – che ritengo ci siano – a trovare qualcosa di nuovo in cui “i molti” si possano riconoscere, senza ingiuste mortificazioni dei diversi soggetti interessati.

Penso che si tratti di un problema che dovrebbe interessare anche, o forse in primis, ai pastori della Chiesa. Ma non pochi pastori pensano e dicono che questo è un problema dei laici… Bene; ma senza comunicazione diretta tra pastori e laici?… Credo che questa sia proprio una delle “piaghe” della Santa Chiesa d’oggi: la piaga della mancata comunione-comunicazione fra pastori e laici – magari discreta (oh, sì, prudente) – confusa invece con il rispetto e la diversificazione delle funzioni. Non va bene, secondo me: non va bene neppure allorché si tratta del “consiglio da prendere e da offrire” a proposito non solo delle elaborazioni programmatiche ma della risposta da trovare alla domanda del concreto “che fare” in ordine all’impegno politico. Forse siamo passati da tentazioni clericali e – rispettivamente – laiciste a tentazioni di “separazioni in casa”, confuse, appunto, col rispetto reciproco.

Mi riferisco, con questo sfogo, alle cose italiane. Ma peggiore è la situazione nelle cose europee. Sono ormai passati gli anni dell’evento – carico di speranza – della Prima Settimana Sociale dei cattolici europei a Danzica, in Polonia, nell’ottobre del 2009. Fu la prima e, per ora, pare l’ultima.

Il discorso va tenuto aperto. Anzi, è urgente. Perché è davvero cosa seria pensare a scrivere un quadro programmatico autorevole – suscettibile, certo, di aggiornamenti veloci – che indichi, per quanto è possibile, le soluzioni ai problemi immensi del mondo contemporaneo riguardanti la vita delle singole nazioni nel contesto del mondo globalizzato.

 

  1. L’impegno politico e il problema partito.

Arrivati a questo punto della nostra riflessione sull’impegno politico dei cristiani si fa inevitabile la domanda riguardo al partito. O ai partiti? Quale scelta compiere?

4.1 Di per sé un cristiano – mi provo a riassumere considerazioni piuttosto complesse – non è “determinato ad unum”, ossia non è obbligato in coscienza, a priori, a impegnarsi in un unico partito. O meglio: è obbligato, per intima coerenza con se stesso prima che per inviti e comandi d’autorità, a scegliere la parte politica che realmente, o in maniera migliore, risulta portatrice di sicuri valori fondamentali. Ma quest’obbligo di fatto è condizionato da più fattori.

Intanto, riguardo al partito, è meglio evitare la denominazione di cristiano, sebbene nel corso del tempo sia avvenuta, per una ragione o un’altra, la concentrazione dei cristiani, o meglio della maggioranza di essi, in un’unica formazione politica. E ciò con vantaggi e qualche problema. Meglio parlare di partito o di partiti o movimenti d’ispirazione cristiana, sia essa implicita (ma fatta capire) o invece chiaramente esplicita. Un partito di ispirazione cristiana – la cui presenza nella società contemporanea è favorita dal fatto che sulla scena politica agiscono forze e formazioni laicistiche – dovrà vigilare sulla sua effettiva coerenza con la dottrina sociale della Chiesa e sulla condotta cristiana o meno del suo personale, ma anche sul rispetto per la “trascendenza” della Chiesa nei confronti della parte politica. La grande lezione di don Sturzo, prima e dopo la fondazione del Partito Popolare (Sommo Pontefice, allora, un Papa da rivalutare, Benedetto XV), resta di immenso e definitivo valore, avvalorata tra l’altro dall’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II e anzi, ancor prima, dallo stesso magistero dottrinale di Pio XII. Non si torna indietro. Grande e fermo in don Sturzo e in quanti poi lo hanno seguito – De Gasperi in primis – fu il rispetto per la distinzione fra la sfera della Chiesa e la sfera specificamente politica dei partiti, compreso l’equilibrio, non sempre facile, tra la fedeltà religiosa e l’autonomia laicale dei cattolici. Ciò che rientra invece nell’obbligo morale dei credenti è l’ispirazione cristiana dei fini, dei programmi e dei comportamenti personali e partitici.

Nessun equivoco, dunque, sul partito cristiano, ma al tempo stesso nessun impedimento, anzi un chiaro dovere per i cristiani di pensare e attuare la politica da cristiani, alla luce della dottrina sociale della Chiesa e della morale riguardante la rettitudine e le virtù insegnate dal Vangelo. Un cristiano potrà certamente operare, di per sé, in un partito aperto a cristiani e a non cristiani, ma – ovunque si trovi ed operi – non potrà mettere tra parentesi la sua visione cristiana delle cose quando pensa al bene comune della società, né potrà, nella propria condotta politica-amministrativa, comportarsi in maniera immorale o amorale, fuori dai Dieci Comandamenti portati a compimento dall’amore. Si tratta di un’elementare coerenza. Su questo punto essenziale, niente altro da dire.

4.2. Questo ragionamento sulla coerenza fra a) il progetto storico-politico ideale, b) la piattaforma programmatica che ne deriva e infine c) la prassi politica e amministrativa concretissima, mi pare logico e chiaro. In pratica però le cose non sono e non si svolgono così schematicamente logiche e facili. E questo non perché è difficile (il che è fuori discussione) la coerenza tra i principi e la vita, ma perché il processo di “incarnazione” dei progetti ideali nelle situazioni è complesso. Sarebbe illogico non tenerne conto, non già per una sorta di inammissibile giustificazione dell’incoerenza ma piuttosto per non essere – direi – ingiustamente “impositivi”, e anche per non chiedere alla politica ciò che la politica non può dare, ossia la coincidenza perfetta, sempre e dovunque, tra “ordine ideale” e “ordine reale”, l’assoluta identificazione tra valori e storia, valori e leggi “positive”. Certo che la politica è chiamata a far sì che i valori diventino leggi giuste e politiche giuste; ma non si deve dimenticare che, man mano che dai principi e dai valori fondamentali si intende passare – com’è appunto doveroso – alla loro traduzione e incarnazione nelle concretissime situazioni socio-culturali-sociali in cui si opera per servire il bene comune, cresce inevitabilmente la misura dell’opinabilità e, diciamo pure, della creatività. Faccio un esempio: se voglio difendere e promuovere nella società il valore della “famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna, dotati di pari dignità, e aperti alla procreazione e alla educazione dei figli”, devo non solo aver chiaro il valore in sé ma anche di quale società parlo e in quale tipo di società e di cultura mi trovo ad agire politicamente. Un po’ come succede nell’attività artistica. Anche la politica è, in un certo senso, un’arte. Ora, un artista, ad esempio uno scultore, oltre ad avere in testa, limpida, l’idea bella, deve rendersi conto del tipo di materiale in cui vuol realizzare, al meglio, l’opera. Insomma, altro, in concreto, è una società di diffusa e secolare cultura cristiana, altro una società di secolare cultura islamica oppure di forte e diffusa cultura secolaristica e scristianizzata. Se voglio davvero influire in questa società a favore del valore famiglia-fondata-sul-matrimonio-monogamico non solo dandone una personale testimonianza magari spinta fino al martirio, né solo tramite il dialogo culturale, ma anche, contemporaneamente, tramite l’azione politica finalizzata a creare o a migliorare o correggere istituti e legislazioni, dovrò ragionevolmente, nel dibattito politico, offrire e puntare non su una proposta “tutto o nulla”, ossia una proposta di verità che prescinde dalla dura realtà, bensì su una proposta tendente a correggere quello che si può correggere e a migliorare quello che si può migliorare in quella situazione di fatto. Operando così non sarò affatto incoerente con la verità de “la famiglia fondata sul matrimonio”, ma renderò un servizio a tale verità, a tale valore cercando il maggior successo possibile in quel contesto.

La politica infatti non è tanto, come spesso si dice, l’arte del possibile, ma piuttosto – questo sì – l’arte di far passare e tradurre nella più ampia misura possibile, in quelle date condizioni, i valori e anche gli interessi collegati ai valori. Quindi il criterio della “possibilità concreta” non è estraneo al criterio della verità valoriale.

Certo, talvolta – o spesso – si chiama possibile ciò che in realtà è più comodo, meno difficoltoso e più mediocre. Il rischio c’è. Ma c’è anche il rischio opposto, quello di … imitare don Chisciotte contro i mulini a vento, o quello di imporre, con forzature, un valore, che così diventa più esposto al rigetto.

Mi rendo conto di ragionare come su un crinale sottile. Ma non vedo alternative “vere”. Di qui la fatica, e di qui lo spazio aperto alla discussione nonché la probabilità delle divergenze fra coloro che intendono ugualmente onorare e servire la verità e i valori ma che a causa della complessità, e anche delle sensibilità diverse, non riescono a pensarla allo stesso modo e magari a elaborare uno stesso programma condiviso o a scegliere lo stesso strumento partitico.

4.3.  Nell’ambito di questa riflessione non prendo in considerazione la divergenza marcata tra sostenitori di diverse e anzi opposte “città ideali”, anche perché è abbastanza scontato che gli uni e gli altri non scelgano il medesimo strumento partitico. Il problema che qui interessa è quello della divergenza fra cristiani che pure hanno lo stesso progetto storico-ideale ma non concordano circa il programma e la modalità per attuarlo: una divergenza che si riflette all’interno delle coscienza di singoli cristiani, che si chiedono quale scelta politica-partitica sia la migliore. Che dire in proposito? Dico che è necessario al riguardo un ragionamento prudenziale.

Scegliere qual è il programma e il mezzo migliore o più opportuno per servire il bene comune rientra nel campo dell’esperienza morale: la politica non è riducibile a mera tecnica. E non si dà esperienza morale positiva senza l’esercizio di quella capacità della ragione di esaminare e soppesare il “pro” e il “contro” di due o più ipotesi risolutive diverse, in modo da arrivare, usufruendo anche di consigli altrui, a decidere quale sia la scelta pratica da compiere per uscire dall’incertezza paralizzante e operare bene, operare per il bene, in autonomia e libertà. Tale capacità della ragione – della “ragione pratica” – si chiama, appunto, prudenza: la virtù “auriga”, cioè guida delle scelte nel campo dell’agire umano. Aggiungo che tale ragionamento prudenziale sarà tanto più “razionale” e tanto più “libero” quanto più esso si svolgerà sotto la luce non solo della ragione ma anche della fede e non solo nella rettitudine ma anche nello spirito dell’amore, dell’amore del bene, di quello speciale bene del prossimo che è il bene comune. Anche in questo conta l’ispirazione cristiana. Così come conta sia il dovere di ascoltare gli eventuali interventi pastorali, sia la possibilità concreta di poter ragionare e scegliere in un clima di fraterna discussione tra cristiani, oltre che di sincera preghiera. Le scelte che riguardano il bene comune vanno sottratte il più possibile ai capricci, agli interessi egoistici, alla passionalità e anche al ricatto prepotente dell’opinione pubblica.

Tenendo conto di tutto questo, ossia del caso politico che stiamo esaminando, mi permetto di esprimere la mia personale preferenza. Di fatto le scelte sono due. Cioè, di fronte all’interrogativo di quale scelta compiere, in pratica, sulla base dell’adesione al progetto fondamentale proprio della dottrina sociale della Chiesa, fra a opinioni e offerte politiche diverse, tutte di natura democratica, fra l’opinione di chi preferisce una compagine politica ideologicamente pluralista, e quella di chi invece opta per un partito o movimento che in modo esplicito o implicito si rifà chiaramente all’umanesimo cristiano, personalmente dichiaro di preferire, oggi, quest’ultimo, sebbene altri cattolici, della cui fedeltà e serietà non dubito affatto, compiano un’opzione diversa. Costoro, nell’età secolare in cui inevitabilmente viviamo, e nella quale non pare possibile ottenere la massima misura della traduzione in leggi di alcuni valori per noi irrinunciabili, sono convinti che sia tuttavia possibile battersi con successo in partiti con più presenze ideologiche interne per aprire spazi di difesa e promozione di tali valori. In più, in tal modo, viene salvaguardata meglio la pace sociale e religiosa insieme alla libertà della Chiesa.

Per parte mia, invece, sono convinto che nella temperie pluralista di oggi, nella quale c’è un’arrendevolezza pericolosa e spesso eccessiva ai dogmi del laicismo e del “pensiero debole”, sia doveroso e meriti lo sforzo – certo, il più intelligente e mite possibile – di presentarsi in politica con un chiaro programma di difesa e di promozione non di due o tre soltanto bensì di tutti i valori dell’umanesimo plenario. Non si faranno guerre di religione, certo, e non si otterranno che frutti parziali, ma sarà di per sé benefica quest’intera e intellettualmente “forte” presenza politica. L’odierna società ha proprio bisogno di idee forti purché dette e servite con mitezza, in un clima di dialogo culturale e democratico e senza la paura paralizzante di attirare offese e dispiaceri. Oltre tutto, così, l’ineliminabile mediazione non avverrà “al ribasso”. Per questo opto – tutto considerato, considerando anche le ragioni altrui – per la presenza di un partito o movimento di “programmatica” ispirazione cristiana. Che nell’attuale società esso sia un partito destinato ad essere minoritario è quasi sicuro. Se però si comporterà in maniera responsabile nei problemi politici generali, e avrà un personale “serio” sul piano politico e amministrativo, potrà acquistare in termini di considerazione e autorevolezza. Molto, si sa, dipende dalle qualità delle persone che lo rappresentano.

Faccio un’aggiunta. Mi viene di rifarmi a Maritain pensando al titolo di un libro di Piero Scoppola sulla “nuova cristianità perduta”. Ebbene, ritengo anch’io fuori luogo oggi, per definire in qualche modo l’ideale storico-politico di matrice cristiana, usare l’espressione, appunto, di “nuova cristianità” come a suo tempo fece Maritain, e questo a causa dell’odierna secolarizzazione secolaristica in cui ci troviamo. Ma non mi pare invece fuori luogo parlare di doverosa “cristianità vissuta” dei singoli cristiani e dei gruppi cristiani che intendono pensare e cercare di “scrivere nella storia”, nella misura delle umane possibilità, un tipo di società che accolga e incarni l’umanesimo plenario delle encicliche papali, tenendo conto, ripetiamolo, dello scenario socio-culturale così complesso, del nostro tempo e delle grandi questioni d’oggi. Quali questioni? Il lavoro; la bioetica e la famiglia; la giustizia sociale insieme all’uguaglianza nei diritti e nei doveri; la giustizia e la razionalità fiscali; le migrazioni intercontinentali con i problemi connessi sul piano interreligioso e culturale, nonché i problemi del giusto equilibrio tra accoglienza solidale e concreta compatibilità; e ancora: l’ecologia integrale; la pace a livello “regionale” e globale; il disarmo; la difesa dallo strapotere delle “signorie” globali, padrone di capitali, di mass-media e di armamenti; le relazioni europee e mediterranee; i modi di contribuire alla lotta alla miseria nel mondo sottosviluppato e in particolare quello in africano… E altro ancora…

 

  1. Qualche auspicio sincero

Solo alcuni auspici, che riguardano i “democristiani non pentiti”; ma non solo loro.

5.1. Auspico, intanto, che il quadro programmatico con cui si intende presentarsi all’opinione pubblica abbia i caratteri dell’“intero”, che cioè  non si riferisca soltanto ad alcuni valori etico-sociali senza dubbio fondamentali – ad esempio quelli che fino a qualche tempo fa erano chiamati, con un’espressione discutibile, “non negoziabili” – bensì, insieme ad essi, ben presentati, a tutti i valori, in linea con l’integralità propria della dottrina sociale della Chiesa. Se non si possono dimenticare, ad esempio, i valori della bioetica e della famiglia, non sono dimenticabili neppure quelli, ad esempio, della pace e del disarmo o della giustizia sociale e fiscale. E tanto più dovremmo avere a cuore che i valori assenti o tenuti in ombra nell’opinione politica corrente siano riscattati con coraggiosa coerenza nei programmi di ispirazione cristiana. Insomma, è l’intera costellazione valoriale propria dell’intero magistero sociale della Chiesa che deve essere presentata, difesa e promossa, con una particolare attenzione a quella messa in evidenza nelle encicliche e nei documenti sociali pubblicati sotto i Papi degli ultimi tempi, da papa Giovanni a Papa Francesco. Ciò anche quando all’ordine del giorno ci fosse in discussione soltanto uno solo o magari ce ne fossero due soli dei valori umanistici. Tutto si tiene. Anzi, a dispetto dell’oscuramento valoriale in larghissime fasce d’opinione, una presentazione sincera e intelligente, senza toni sanfedistici, dell’insieme valoriale attrae, forse, oggi, più di quello che si pensa. Naturalmente sarà la capacità dialettica sui singoli temi, e al tempo stesso la dimostrazione che quanti si presentano, con questi riferimenti valoriali sono altrettanto capaci di vedere, affrontare e risolvere con competenza questo o quell’altro problema particolarmente scottante, attuale o “pratico” che contribuirà non poco alla loro credibilità politica. Ma non temano i cattolici di far capire la loro piena ispirazione cristiana e dimostrare che essa è davvero la risposta più credibile alle questioni del mondo.

Il che comporta che non dovranno affidare la guida e la rappresentanza di un movimento così concepito a persone che, pur oneste e competenti e che magari vanno pure alla Messa la domenica, hanno però troppo poco dell’ispirazione cristiana considerata nella sua interezza. Aperti a ogni persona onesta, sì, ma… “non è in vendita la primogenitura”, ossia la dignità dell’idea. Il problema è proprio quello di rappresentare e coltivare “l’idea”, e non solo da parte di pochissimi eletti. Una compagine politica seria, se non vuol essere solo un comitato elettorale, bisogna che abbia al proprio interno persone che pensano e ragionano, facendo sintesi, il più possibile, tra idealità e concretezza.

5.2. Auspico, in secondo luogo – ma chi non auspica questo? – che tutto il personale del gruppo sia esemplare sul piano della condotta morale. Pur tra difetti e limiti, nel nostro popolo ci sono tuttora coloro che hanno radicato il senso religioso e un istintivo apprezzamento per i valori morali. Per questo, quanti si presentano nella vita politica con alti ideali e con programmi etico-cristiani di qualità devono rendersi conto che saranno giudicati non solo e soprattutto dalle parole e dai discorsi, bensì dai loro comportamenti privati e pubblici. Ci possono essere situazioni e casistiche delicate; il rispetto per le persone è sacrosanto; sarà il senso morale, e il buon senso comune, a trovare la soluzione.

Questa attenzione alla figura morale dei rappresentanti politici comporta, tra l’altro, scrivere e osservare regole precise per la selezione della classe politica e amministrativa. La radice dell’attuale diffusissimo clima antipolitico ha le sue radici nella prassi politica, più o meno passata e recente, praticata purtroppo anche da non pochi cattolici. Lo dico anch’io con profondo dolore pur conoscendo il peso nefasto di ampie calunnie e la valanga di superficialità ed esagerazioni nei giudizi correnti, a cominciare da quelli diffusi via stampa o via internet o nei salotti o nei bar. Mentre ritengo auspicabile uno sforzo onesto per far conoscere “come stanno le cose” riguardo a vicende personali e politiche passate, e sono certo anzi che l’esperienza democristiana debba e possa essere in larga parte rivalutata (con un’intelligente “operazione verità”), resta vero che, guardando a una nuova stagione, si deve molto vigilare prima di affidare la rappresentanza ad anziani moralmente compromessi e anche a giovani non sufficientemente formati e provati. Una delle preoccupazioni più importanti è quella di cercare, coltivare, impegnare persone moralmente limpide e cristianamente serie oltre che preparate sul piano della cultura e delle competenze necessarie a svolgere compiti politici e amministrativi. Sono convinto che ce ne sono.

Questo discorso mi porta ad auspicare che, fin da ora, coloro che intendono dedicarsi in maniera rinnovata alla vita pubblica si facciano avanti per offrire proposte concrete finalizzate a disciplinare sia i rapporti fra vita politica e costi finanziari, sia a superare le scandalose prestazioni economiche nell’ambito delle amministrazioni pubbliche e para-pubbliche e a scoraggiare – almeno a scoraggiare e a cercar di limitare – anche quelle legate al libero (e spesso selvaggio) mercato. E’ del tutto scandaloso – per quanto giustificato purtroppo dal punto di vista legale e da quello del costume corrente – che un manager, sia pure corretto e capace, riceva esborsi miliardari al termine del suo servizio.

La politica costa. Per questo ritengo anch’io che almeno in parte, e almeno per un tempo circoscritto, sia non solo lecito ma opportuno il finanziamento pubblico delle sue attività purché tutto sia trasparente. E la massima trasparenza dev’essere curata anche per il finanziamento privato e volontario della politica.

Aggiungo un’altra considerazione: sarà di grande valore, anche allo scopo di avere credibilità etica e politica, vivere le inevitabili discussioni e dialettiche non nello spirito della “lotta continua” ma in quello dell’amicizia civica. Un altro campo difficile ma provvidenziale dell’amore del prossimo. Una condizione, anche questa, per ricreare più fiducia verso la politica da parte della gente, o almeno di molta gente giustamente stanca delle continue risse politiche.

5.3. Un augurio molto serio: che ciascuno di voi, e quanti verranno con voi, sappia alimentare la passione per l’impegno pubblico e il servizio politico al bene comune alle fonti cristiane della contemplazione e della preghiera personale. Ricordate la preghiera del giovane re Salomone nel momento in cui, dovendo succedere al padre David nel regno di Israele, si rivolge a Dio e Gli chiede non la ricchezza, non una lunga vita comoda, non la morte dei nemici, bensì “un cuore docile” per saper “rendere giustizia al popolo (che è di Dio!)” e “distinguere il bene dal male”. Andate a rileggere il Primo libro dei Re (3, 9). Purtroppo Salomone, sapiente quand’era ancora un ragazzo, diventò insipiente da anziano… Una lezione comunque per i giovani e per gli anziani.

A proposito di preghiera, non si riflette mai abbastanza su una verità di fede: è proprio la preghiera, la preghiera di intercessione – quella delle singole persone e quella della comunità – il primo “potere” che Dio ci dà per influire beneficamente nel corso delle cose e delle vicende terrene. Non ci si crede abbastanza. E invece è bene che anche negli ambiti politici non manchino i cristiani consapevoli di questa verità e delle sue implicazioni nel mondo.

Per grazia di Dio, non son mancate le testimonianze specialmente fra i cattolici che hanno avuto impegni politici al centro o in periferia, in alto e in basso. Ci sono stati anche dei santi. La Pira è uno di essi, senza dubbio. Ma senza dubbio, secondo me (e ne era convinto il carissimo cardinal Nicora), resta De Gasperi il laico … più laico (cristianamente laico) e più esemplare. Io lo credo santo. Dovrebbe essere conosciuta di più la sua storia interiore. Ne ho trattato più volte sul periodico Supplemento d’anima; spero di pubblicare quelle pagine.

Concludo con la citazione di un antichissimo testo dei Padri Apostolici: si tratta di un breve passaggio della Lettera agli Efesini di S.Ignazio di Antiochia (fine del 1° secolo d.C.): “E’ meglio essere cristiano senza titolo che proclamarlo senza esserlo…” Nessuna preconcetta preclusione a chiamarci cristiani, ma quale responsabilità impegnativa comporta questa parola! E permettetemi ancora: quale stridore si avverte allorché questa parola – cristiano, cristiani – diventa sinonimo, nell’ambito pubblico, non della pazienza e della mitezza, bensì di un certo moderatismo, ossia di una mediocrità di ideali e di comportamenti, che ci dovrebbe far paura: al pari, certamente, del suo opposto, il fanatismo.

5.4. Un ultimo auspicio, o meglio una premessa per un ultimo augurio. Affinché abbia successo – almeno un certo successo – l’impresa di riproporre, aggiornata, aggiornata veramente e nuova davvero, la migliore tradizione politica dei cattolici italiani, che si è espressa soprattutto  – piaccia o no a tutti – nella storia del popolarismo e nella vicenda democristiana, penso che quanti si sono impegnati debbano darsi da fare per convincere altri cattolici e altre persone più o meno credenti, a mettersi insieme con loro (anche per convincere, magari, qualche bravo politico cattolico a lasciare il proprio seggio parlamentare e consiliare…). Questo può avvenire se, di fronte alla proposta si potrà avvertire in essa un effettivo segnale di speranza vera, una novità promettente. Ora, tenendo conto della diffusa disaffezione politica in atto e anzi della forte ventata antipolitica, nonché dei sacrifici necessari per abbandonare sistemazioni comode, mi pare evidente la difficoltà. Eppure a me sembra che un certo spazio sia aperto. Aperto, anche, perché – come dicevo nella prima parte di questo intervento – sembra esaurita la lunghissima vigilia (per dirla con parole degasperiane) della ultradecennale emarginazione “pubblica” dell’ispirazione cristiana dalla vita politica. Ci sono dei segnali al riguardo. Perciò, quanto credibili devono essere coloro che cercano adesioni e consensi! Non basterà la memoria dei grandi esponenti e delle migliori vicende del partito popolare e di quello democristiano d’un tempo: la vulgata antidemocristiana è molto forte. Di qui – già detto ma bisogna ripeterlo – la necessità assoluta di persone, di volti, di figure, di accenti esemplari. Anzi, se veramente si crede al valore dell’operazione “nuova”, si dovrebbe fermamente continuare a proporla e anzi a restare sulla scena, anche di fronte a insuccessi iniziali.

A proporla a chi? In primo luogo ovviamente a persone e gruppi che hanno legami con la storia popolare e democristiana: a loro va chiesto di non dividersi ancora di più, stoltamente. In secondo luogo, alle persone e ai gruppi del vario cattolicesimo italiano che in questi anni hanno riscoperto e sentito la necessità di un nuovo impegno politico: ce ne sono, sparsi qua e là. In terzo luogo, al variegato mondo associativo di ispirazione o comunque di ascendenza cattolica che coniuga ancora, più o meno fervoroso o sbiadito, il legame virtuoso fra interessi economici e culturali e riferimenti religiosi ecclesiali. Si tratta di realizzare da subito una larga, paziente e intelligente ricerca di consenso. Non però – io credo – intorno a insegne e bandiere democristiane (penso che sarebbe errato), bensì intorno a una denominazione che indichi la volontà di “riunire i dispersi” sotto l’ispirazione cristiana.

Torno a ripetere (e termino) che come Vescovo – indipendentemente dalla mia valutazione etico-politica, tutta personale – ripeto che sarei contento se i fedeli cattolici, oggi assai spaesati ed incerti, potessero avere un’ipotesi in più di scelta elettorale. Per ora, in quello che è successo in Italia e in Europa in questi ultimi tempi non ho visto una vera svolta “nuova”. Il nuovo arrivato non si è risolto nella svolta desiderata. Per questo, oltre che a formulare un auspicio, c’è da ribadire un proposito: comunque vadano le cose, e senza far drammi o coltivare illusioni, bisognerà continuare a pensare, a educare, a operare, a pregare, a ricominciare. Per l’ispirazione cristiana della politica in questo tempo di crisi spirituale e sociale dell’Occidente, e nella prospettiva di giovare a tutto il mondo.

 

Mons. + Gastone Simoni

Vescovo emerito di Prato

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